domenica 16 luglio 2017

Un innamoramento a prima lettura: La quarta parete di Sorj Chaladon


«Ti amo non per chi sei, ma per chi sono io quando sono con te». È facile estendere la sintesi che Gabriel García Márquez fa dell’amore alla lettura. Se pensiamo ai libri che abbiamo amato, ci potremmo rendere conto che non è la storia in sé o uno dei suoi protagonisti a legarci indissolubilmente a quel titolo, ma ciò che abbiamo provato mentre lo leggevamo. Amiamo i libri non per i libri in sé, ma per chi diventiamo mentre siamo con loro


È quello che mi è accaduto leggendo La quarta parete di Sorj Chaladon (Keller editore), in cui il teatro, con la sua capacità di far apparire dal nulla (e con la stessa naturalezza distruggere) la parete che divide spettatori e attori per la reciproca salvezza mentale e morale, è il protagonista di un romanzo in cui due ragazzi (Georges e Samuel) cercano di mettere in scena l’Antigone di Jean Anouilh tra le strade di una Beirut in guerra


Per realizzare questa folle impresa sarà necessario patteggiare una tregua di poche ore e scegliere un cast che possa dare voce a tutte le fazioni in campo. Antigone assume così le sembianze di una palestinese sunnita, Emone è impersonato da un druso dello Shuf, Creonte, re di Tebe e padre di Emone, da un maronita e le guardie da sciiti. Tutto pur di realizzare il sogno di Samuel (regista greco scappato alla dittatura che «temeva le certezze, non le convinzioni»), diventato missione per Georges (adoratore del teatro, «un gigante che ferisce a morte tutto ciò che colpisce»), pronto a trasformare l’impossibile in normalità pur di realizzare l’idea dell’amico, sua antitetica metà: «Lui l’allegria, io la tristezza. Lui il cuore in primavera, io la gola in autunno».  


La narrazione, ambientata nel 1982 in Libano, è quanto mai attuale, portandoci a osservare un fondale fatto di orrore quotidiano che potrebbe essere quello dell’Afghanistan o dell’Iraq dei nostri giorni. Eppure non riesce a intaccare (ed è qui la scommessa più rischiosa e interessante del romanzo) le convinzioni dei due protagonisti.  Con un ritmo incalzante, costruito su un continuo avanti e indietro dai ricordi di Georges, come se il tempo fosse un elastico che l’autore stringe fra pollice e indice, tendendolo e rilasciandolo a suo piacere, La quarta parete attrae il lettore nelle sue maglie senza possibilità di fuga. Lo fa con parole di seta, davanti alle quali restiamo storditi e compiaciuti, spettatori soddisfatti di un prestigiatore narrativo così bravo da convincerci della normalità del mosaico narrativo che ha costruito per noi.

Sorj Chalandon è stato per trent’anni corrispondente di guerra per Liberation, annotando e distinguendo sul suo taccuino fatti e emozioni: «In Libano il mio taccuino era aperto su due pagine, su quella destra scrivevo i fatti, registrando la realtà come la vedevo; su quella sinistra annotavo invece le emozioni e le reazioni più intime a quello che avevo vissuto. Questo libro (La quarta parete ndc.) raccoglie tutte le pagine sinistre dei miei taccuini» [1]
Dobbiamo essere grati a quelle pagine sinistre, perché ci hanno regalato un libro su cui sarà impossibile per il lettore non sottolineare passi e annotare riflessioni, ponendosi domande sulla quarta parete dietro cui ci nascondiamo per illuderci che la vita che ci scorre davanti non sia anche un frammento della nostra. 


 [1] - estratto da un’intervista a Sorj Chalandon per il Premio Letterario Tiziano Terzani, assegnato nel 2017 a La quarta parete – fonte: Adnkronos. 

domenica 9 luglio 2017

La più amata? Pareri discordi anche in casa Ciabatti


(Intervista a Teresa Ciabatti pubblicata su Sul Romanzo il giorno prima dell'assegnazione del Premio Strega)


La più amata (Mondadori) di Teresa Ciabatti, finalista nell’edizione2017 del Premio Strega, è forse il libro più discusso dell’anno per la capacità della narratrice di mettere a nudo quella che i più hanno interpretato come la sua vita (di ragazzina prima e giovane donna poi) alle prese con un padre ingombrante.
Ma è davvero così? Oppure il romanzo si fonda sulla decisione dell’autrice di farsi sostanza da cui partire per costruire ogni personaggio? Da qui abbiamo iniziato il nostro scambio con Teresa Ciabatti.
Mi piacerebbe iniziare dalla frase che lei ha inserito in apertura del suo romanzo. È una citazione da Pastorale americana di Philip Roth: «Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male e poi male e, dopo un attendo esame, ancora male». Ne La più amata, mi è sembrato di scorgere lo stesso approccio nel disegnare i personaggi, a partire da se stessa. Capirli male e poi perseverare, enfatizzando tutti i comportamenti che confermano questa visione. È così?
Ammesso che ci sia corrispondenza fra voce narrante e autrice – quanta? Ha importanza? – le due, una dentro, l'altra fuori dal romanzo, compiono lo stesso movimento che ripetono con ostinazione. Tentativi per scoprire il vero, anni e anni di tentativi, fino alla resa, ovvero l'ammissione che la verità è impossibile, e La più amata ne è la prova: alterazione della verità, manipolazione forse psicotica, di sicuro parziale, spesso fasulla. Sulla quarta di copertina c'è scritto «un'autofiction sincera», non lo è.


La figura di suo padre, Lorenzo Ciabatti, domina questo romanzo, come se il narratore avesse deciso di farne il suo Everest, agognato e irraggiungibile. Lo stuolo di assistenti, pazienti e concittadini che lo onorano si unisce ai suoi familiari, che fanno di tutto per essere amati da Lorenzo, senza mai avere il coraggio di avvicinarsi a lui veramente. Lo osservano, lo giudicano, lo temono, ma non riescono mai a rompere la barriera invisibile e spessa che li separa. Ci provano davvero e lui glielo avrebbe mai permesso?
La vicinanza è una questione di istanti. Per quanti istanti siamo realmente vicini a qualcuno? Che sia nostro padre, nostra madre, nostro figlio. Con questo romanzo ho provato a sperimentare le variazioni continue di distanza, cercando di cogliere l'attimo di massima vicinanza, quasi di sovrapposizione. In prossimità, al quasi vicino, il romanzo rallenta. Rallenta sui gesti di tenerezza, sul resto procede veloce, quasi per accumulo. Accumulo di situazioni, giorni, anni, persone, oggetti. In questo libro conta molto la proprietà, è tutto appropriazione indebita. Lo è il libro in sé: io che mi appropprio della vita dei miei genitori e la racconto a mio piacimento.
 
Nelle descrizioni di Lorenzo, il lettore percepisce un occhio giudicante che non perdona, come se un fiume di risentimento scorresse sotto la struttura narrativa del romanzo decidendone il percorso. Andando avanti nella lettura però ci si rende conto che questo astio si irradia a chiunque venga a contatto con Lorenzo, diventando un virus cui nessuno sa opporsi. Questa debolezza congenita viene giudicata dall’io narrante con maggiore durezza?
Non c'è risentimento. O meglio c'è quanto ci sono amore e gratitudine. È lo sguardo mutevole, la perenne oscillazione del'io narrante tra dubbio e illusione a dare forse l'idea di giudizio. L'io narrante giudica, e un attimo dopo assolve. Attribuisce colpe, poi se le prende. Tutto dura pochissimo, le posizioni conquistate vengono subito ribaltate. Il presupposto dunque è una voce inquieta, non credibile, che rende ogni cosa incerta. Se stessa, il padre. Persino la testolina di polistirolo: è un giocattolo?


C’è un momento nel romanzo in cui lei ricorda quando Lorenzo Ciabatti raccontava un aneddoto della sua esperienza in USA, favoleggiando di incontri con attrici come Marilyn Monroe. La Teresa Ciabatti personaggio chiedeva a suo padre: «Le somiglio un po’?» Suo padre la scrutava con molta attenzione, come se non l’avesse mai vista prima, e ogni volta le rispondeva: no. C’era realmente l’intenzione di ridimensionare le aspettative di una figlia senza rendersi conto del dolore che poteva generare?
Non può essere dolore scoprire di non somigliare a Marilyn Monroe. La risposta sincera – tipica di chi si rapporta ai bambini come se fossero adulti (giusto, sbagliato?) – diventa addestramento al mondo. Rientra nell'educazione, non quella intenzionale, ma quella spontanea legata al carattere dei genitori, l'impronta. 
Questo romanzo deriva dalla domanda «somiglio a Marilyn Monroe?», e dalla risposta «no».
 
Leggendo il romanzo si ha l’impressione che lei abbia preso in mano l’album di famiglia e, fermandosi su ogni foto, abbia creato un frammento della storia. È così che ha ricostruito gli eventi che hanno preceduto la sua nascita?
Ho pochissime foto dei miei genitori, e anche di me bambina. Scrivere La più amata è stato ricostruire immagini che non c'erano, riprendersi la memoria.

Arriviamo a Francesca, sua madre. Pura, buona, ottimista. Lei scrive: «per Francesca Fabiani ogni cosa è bene». All’inizio della narrazione sua madre appare il monolitico antagonista di suo padre, eppure anche lei ha delle colpe. Prima fra tutte quella di non essersi opposta a suo padre? Mi viene in mente l’episodio della corsa in auto e del vestito verde di Pierre Cardin.
Francesca Fabiani non è il bene, tanto quanto Lorenzo Ciabatti non è il male. Non c'è opposizione netta, ma continuo scambio di ruoli, andirivieni reciproco fra bene e male. L'intera famiglia, quasi come un unico corpo, ondeggia tra luce e ombra.
 
Come si sta preparando per la serata finale del Premio Strega?
Volevo comprarmi un vestito verde. Non l'ho fatto.

domenica 2 luglio 2017

Premio Strega 2017: a 4 giorni dal verdetto




«L’attesa è una catena che unisce tutti i nostri piaceri». Parola di Charles-Louis de Montesquieu. Chissà se la penseranno allo stesso modo i cinque finalisti del Premio Strega 2017 che, fra 4 giorni, scopriranno chi fra loro potrà sollevare la mitica bottiglia di liquore beneventano, diventando lo scrittore italiano più urlato dai media e dalle fascette del libro vincitore della LXXI edizione del più famoso premio letterario italiano.

Ecco i nomi (e cognomi) che fanno parte della magica cinquina (nell’ordine decrescente di voti ottenuti per entrarvi): 
Paolo Cognetti, con Le otto montagne (Einaudi);
Teresa Ciabatti, con La più amata (Mondadori);
Wanda Marasco, con La compagnia delle anime finte (Neri Pozza);
Alberto Rollo, con Un’educazione milanese (Manni);
Matteo Nucci, con È giusto obbedire alla notte (ponte alle Grazie) 


Pronostici, vaticini e analisi storiche degli autori (e soprattutto delle case editrici) premiati negli ultimi anni, ci assicurano che la partita si giocherà tutta ai primi due posti in classifica e quindi in casa Mondadori (sua anche Einaudi), ma quest’anno Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Bellonci, promette colpi di scena. 


Per la LXXI edizione dello Strega è cambiato il sistema di voto dopo anni di polemiche sulla possibilità per i grandi editori di influenzare il risultato del premio. Ai 400 voti degli Amici della domenica, si aggiungeranno non solo i 40 lettori forti selezionati dall’ALI e i 20 voti delle biblioteche di Roma, ma anche 200 voti espressi da studiosi, traduttori e intellettuali italiani e stranieri selezionati da 20 Istituti Italiani di cultura all’estero. Basterà a rompere gli equilibri editoriali? Vedremo, ci piace pensare che questa iniezione di voti possa aumentare l’attenzione su cosa dovrebbe essere valutato in questo premio: i libri, indipendente da chi li ha scritti e da chi li ha pubblicati. 
Veniamo allora ai due romanzi favoriti. 




Le otto montagne è ormai un caso letterario (anche internazionale, con diritti venduti in più di trenta Paesi) e si è già aggiudicato il Premio Strega Giovani, conquistando il maggior numero di voti in una giuria composta da ragazzi tra i 16 e i 18 anni. È «la storia di due amici e una montagna», così la definisce l’autore che, con questo libro, punta a far uscire la montagna da uno stereotipo di luogo incantato per trasformarla in fondale vivente, spesso decisivo, nella storia di un’amicizia tutta al maschile. Sulle orme di Twain, London Stevenson, senza dimenticare chi della montagna ha fatto il protagonista di una storia inimitabile (Thomas Mann), Cognetti trasforma ogni arrampicata del protagonista in un gate fra il ‘fuori’ e il ‘dentro’, dimostrando che l’immagine che abbiamo di noi stessi è spesso assai diversa dai bisogni che ci spingono a prendere le nostre decisioni.

La più amata è un caso letterario che si fonda sulla capacità dell’autrice (Teresa Ciabatti) di farsi personaggio. Non solo nel suo romanzo autobiografico (è lei La più amata del titolo), ma anche all’esterno, alimentando, con la sua vita di estremi e apparenti ‘false partenze’, l’insaziabile sete di vita vissuta che i media (e noi dietro di loro) autoalimentano. In questo romanzo, Ciabatti passa in rassegna i propri ricordi come se fossero fotografie scolorite e sconosciute, da cui provare a inventare una storia che rappacifichi i suoi demoni. L’esperimento non è completamente riuscito. La narrazione prosegue spesso per ridondanze, accompagnata da una prosa fin troppo neutra. 

In attesa del 6 luglio, quando al Ninfeo di Villa Giulia a Roma sarà proclamato il vincitore del premio Strega 2017, noi lettori non possiamo far altro che ricordare agli autori l’idea di scrittura che difendeva Kafka, estremista dell’autodisciplina e per nulla amante dell’autore-personaggio: «Non è necessario che tu esca di casa. Rimani al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta soltanto. Non aspettare neppure, resta in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non ne può fare a meno, estasiato si torcerà davanti a te».