domenica 26 gennaio 2014

Conoscere la velocità del prossimo Eggers – una lettura di Ologramma per il re.


Il guaio di essere visivi nella propria comunicazione è che si collezionano immagini (e sensazioni) più che nomi. Il guaio di essere idealisti è che si collezionano azioni più che promesse e il guaio di essere un “visiv-idealista” è che davanti a un autore che è ormai anche promessa consolidata, le aspettative si alzano, le domande si rincorrono e le sensazioni sono pronte a espandersi.
Probabilmente è questo che succede al lettore di Dave Eggers al cospetto del romanzo Ologramma per il re (Mondadori – ottobre 2013). Autore culto di titoli come L'opera struggente di un formidabile genio e Conoscerete la nostra velocita, nonché editore della rivista McSweeney’s  e creatore di una scuola di scrittura creativa per bambini nella sua San Francisco, per me Eggers resterà soprattutto il creatore dei dialoghi di uno dei più interessanti, meno conosciuti e sinceri film di Sam Mendes (Away we go). Il film di Mendes analizza con la stessa determinazione di American Beauty l’insanabile frattura fra il detto e il desiderato, creando però due personaggi (la coppia protagonista della storia) apparentemente incapaci di muoversi al di fuori di una disarmante sincerità. Creare un’architettura narrativa di questo genere non è cosa da poco e farlo sembrare “naturale”, lo è ancora meno. Per questo si rimane un po’ delusi davanti ad Alan, il protagonista di Ologramma per il re, che sente, crea, rimescola e distrugge vite, idee e sensazioni nella sua testa, al pari di una versione maschile di Clarissa Dalloway, senza riuscire però a fornirci un fondale emozionale altrettanto vivido e maturo. I personaggi che gli ruotano intorno e che noi vediamo esclusivamente attraverso il suo punto di vista (e non basta la terza persona dell’io narrante per distanziarli quanto basta per renderli più tridimensionali) sembrano un nebuloso contorno alla dimostrazione di una delle tante tesi di Alan. Tesi che vengono messe in discussione dal protagonista fino a un certo punto, senza superare mai davvero la linea del non ritorno. È in crisi Alan, e con lui tanti cinquantenni che hanno perso il lavoro già una volta in America e sono alla ricerca di una ragione per non buttarsi in un fosso (Alan se ne troverà persino uno reale per passeggiarvici dentro). E se la crisi, soprattutto di identità, può essere un incipit perfetto per un romanzo, perché ci siamo passati tutti almeno una volta, direi almeno tre o quattro l’ultimo anno, mantenerla al centro di ogni azione è davvero difficile per quasi trecento pagine. Soprattutto se la persona in crisi è l’unica che potrebbe produrla quell’azione e invece non lo fa, mentre gli altri personaggi sembrano congelati e a esclusivo servizio della scarsa attenzione di Alan per qualcuno che non sia se stesso. Più di una volta sono stato tentato di saltare qualche pagina e quando alla fine l’ho fatto, collezionando il mio bel senso di colpa, ho visto che nulla era cambiato.

Ma ciò che più mi è mancato nell’ultimo romanzo di Eggers è la necessità di domande che i suoi testi spesso impongono. La necessità di interrompere la lettura per usare la pagina che si è appena letto per misurare la propria vita, le proprie scelte passate e future. Insomma mi è mancato un bel pezzo di Dave Eggers in questo romanzo, senza nulla togliere alla sua capacità di tirare fuori il peggio e poi inaspettatamente il meglio dal suo “capitale umano”, che c’è, ma c’è stato in altri personaggi molto di più.
E allora, ancora fiducioso, aspetto il prossimo libro, anche perché il suo ultimo lavoro (The Circle) è già uscito in USA ed è stato subito inserito nei 40 libri da leggere assolutamente nel 2014. Vedremo che velocità di pensiero Dave Eggers saprà offrirci.




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