domenica 20 maggio 2018

Adoro il cambiamento

Odio stare fermo. Dipenderà dal fatto che nella mia famiglia il valore si misurava dal numero di nuove sfide con cui ci si confrontava. Nuove scuole, lavori, città, amici: ciò che contava era fare e per fare bisognava muoversi. La stasi, non oso nemmeno pronunciare il lemma fatale e abbietto che gli altri esseri umani usano come sinonimo ('riposo'), semplicemente non era contemplata: c’era la preparazione a un cambiamento, la sua gestione e infine la noia che portava immediatamente a dover cercare una nuova prova con cui confrontarsi. 


Il fallimento? Poteva capitare, ma dipendeva dall’impegno e dal lavoro investiti in ogni impresa: non ce l’hai fatta? La prossima volta cerca di impegnarti di più. Tolstoj, in Anna Karenina, diceva: “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”, ebbene la mia era infelice per quello che non era ancora riuscita a fare. 
Lo so, a sentirlo raccontare vi fa venire voglia di sedervi in poltrona con le gambe stese su un tavolino a gustarvi un gelato, ma questo solo perché non siete nati nella mia famiglia. Non è colpa vostra, ma potete ancora mettervi d’impegno e cambiare. Quindi alzatevi da quella poltrona, mollate il gelato, che l’estate si avvicina e con essa la prova costume, e ripetete con me: Adoro il cambiamento.


Sì, dovete farlo davvero. Anche se non ne avete nessuna voglia e a mare non ci andrete. Ancor di più, se vi state godendo il vostro meritato riposo (ossimoro immondo) e vedete nel cambiamento solo una gran fatica. Come diceva sempre mio padre: “La vita è sacrificio”, quindi rifiutare il sacrificio è rifiutare la vita. Mio padre è sempre stato molto abile con i sillogismi, soprattutto con quelli che comportavano una sana dose di sofferenza (da infliggere agli altri). Sarà per l’educazione gesuitica che gli è stata impartita o per la famiglia in cui è cresciuto, che considerava un pregio mettere in evidenza le innumerevoli debolezze altrui, fatto sta che una giornata non sembrava completa senza che una delle sue massime si fosse conficcata nella mia bisaccia di sensi di colpa. 



La gioia ti rende avido, il sacrificio soddisfatto”. È quindi imperativo analizzare l’ambiente in cui vivete, identificare la cosa che meno di tutte vorreste fare e farla. Sarà difficile, sarà faticoso, prosciugherà ogni vostra energia, ma se riuscirete a portarla a termine vi sentirete soddisfatti e potenti. Sempre che qualcuno non vi faccia notare che potevate metterci un po’ meno tempo ed evitare tutte quelle imprecisioni. In quel caso vi sentirete solo depressi e stanchi. Non vi arrendete: “Le grandi imprese vengono eseguite non con la forza ma con la perseveranza”, parola di Samuel Johnson che con mio padre condivideva la passione per le frasi ad effetto (e ad ostacolo). Basterà cercare qualche altra cosa che proprio non vi va da fare ed ecco che il gioco ricomincerà, ancora e ancora, fino a che avrete respiro o fino a che un sano esaurimento non vi avrà privato di ogni stimolo. Ma niente paura, ci sono gli psicofarmaci. Una breve terapia e sarete pronti a ricominciare daccapo. E allora ripetete con me: Adoro il cambiamento. 

domenica 13 maggio 2018

Torino 31: una viaggio nella ‘sublime’ discordia


Come ricorda Alessandro Piperno nel suo petit mémoire nell’articolo di apertura dello speciale de La Lettura dedicato alla 31° edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, in corso in questa settimana al Lingotto, “Cedere alla tentazione di distillare l’essenza di una letteratura nazionale può esporti a figuracce. Se si tratta di quella francese il ridicolo è garantito”, ma il ridicolo è stata base solida per costruire decine di romanzi nella storia della letteratura (un esempio recente il Premio Pulitzer a Less di Andrew Sean Greer) e forse Nicola Lagioia (direttore del Salone) pensava a questo quando ha scelto proprio la Francia come paese ospite per il salone. 


In una edizione ricca di eventi, con un forte sapore cinematografico (molti, moltissimi i momenti dedicati a registi-scrittori o a scrittore-sceneggiatori, da Guadagnino a Saviano, da Bertolucci ad Ammaniti, passando per Tornatore), dovuto anche alla lunga esperienza del suo direttore come giurato del festival del cinema di Venezia, l’edizione 2018 del Salone del Libro si apre alla pacifica (se mai è stata possibile) invasione dei cugini d’oltralpe, che arrivano compatti e ammantati di quella discordia sublime che ha sempre caratterizzato il mondo letterario francese. E se solo un ingenuo può pensare che i rapporti fra scrittori siano improntati sul fair play, l’invidia si trasforma in rabbia e la rabbia in dileggio a velocità accelerata nella terra di Flaubert, Proust, Verlaine, Pascal, Balzac e Montaigne. Dipenderà dall’attenzione che è riservata in questo Paese al libro (pensate alla convinzione che i parigini hanno che nella loro capitale ci siano più librerie che nell’intero nord America, presunzione che passeggiando per le strade di Parigi vi troverete seriamente a ponderare) o dall’impegno che essere uno scrittore in Francia comporta ben più che in altri Paesi, fatto sta che nella ville lumière il narcisismo autoreferenziale potrebbe essere innalzato a sport nazionale.  



Eppure questo non ha in alcun modo ridotto l’attenzione e il rispetto che la popolazione ha sempre coltivato per i suoi autori, anzi li ha rafforzati. Quale governo italiano ha usato uno scrittore come parte integrante del suo schieramento politico? E non come ‘semplice’ ministro dell’Istruzione, ma come braccio destro, capo della propria comunicazione (un tempo si chiamava senza paura ‘propaganda’, senza che questa parola fosse automaticamente legata a regimi dittatoriali). Mi riferisco ad André Malraux, autore de La condizione umana (Premio Goncour nel 1933), mecenate e amico di artisti come Pablo Picasso, Marc Chagall, Georges Braque, Jean Cocteau, André Gide e Max Jacob, nonché punta di diamante dei governi di De Gaulle e creatore di quella grandeur culturale che ha diffuso la percezione di una Francia incubatrice di artisti, capace di difenderli e valorizzarli come nessun altro paese europeo. 



In cambio i francesi si attendono dai loro autori impegno civile, politico, sociale, culturale, perché uno scrittore dovrebbe essere un parafulmini emozionale che assorbe ciò che lo circonda (paura, violenza, speranza, dubbi, gioia) e lo trasforma in energia a basso costo economico, ma ad alto fabbisogno cognitivo. Un modello che potremmo provare a importare anche in Italia.  

domenica 6 maggio 2018

La selva oscura di Nicole Krauss è anche la nostra


Sono particolarmente affezionato al marchio editoriale Guanda. In sua compagnia ho incontrato autori cui sono rimasto legato da profonda riconoscenza per essersi cimentati, senza compromessi, con la ricerca più difficile e cruciale per un essere umano: quella di se stesso. Una ricerca insistente e impietosa, a prescindere da quello che porterà alla luce. Anche Selva oscura, il nuovo romanzo di Nicole Krauss (appena pubblicato da Guanda, nella traduzione di Federica Oddera), non si sottrae a questo paradigma, preparando un viaggio in una selva disegnata da un appassionato seguace dell’autoanalisi freudiana che alterna la lettura di Kafka a quella del Talmud. Il risultato è un prezioso marchingegno letterario che si muove su due binari paralleli: la terza persona, con cui il narratore ci racconta la storia di Jules Epstein, ricchissimo e volitivo avvocato ebreo che senza alcuna ragione apparente decide di liberarsi di tutti i suoi averi (nonché della famiglia) per sparire nel nulla, e la prima persona, con cui una scrittrice americana ebrea di Brooklyn racconta la sua fuga dal matrimonio e da se stessa.



Le due vite si sfioreranno in un albergo a Tel Aviv, sorta di passaggio segreto emozionale, dove Epstein è stato visto per l’ultima volta e la scrittrice cerca un’ispirazione per una storia che sente di dover narrare, senza conoscerne confini e personaggi. In perfetto stile kafkiano (l’autore de La metamorfosi è richiamato più volte nel romanzo, fino ad apparire come presenza indagatrice nella stanza della scrittrice), il romanzo della Krauss si confronta con i demoni che ognuno di noi nasconde nelle selve della propria mente e lo fa senza sconti per aspirazioni, sogni, valori e punti “fermi” che ci ostiniamo a conficcare nella vita a dimostrazione della nostra capacità di controllarla.


La Krauss non dà soluzioni per i travagli interiori dei personaggi e in questo sta la forza della sua narrazione che si concede, a volte in maniera un po’ auto-celebrativa, di lasciare il campo ai flussi di coscienza (a cominciare da quello della scrittrice, con cui la Krauss condivide età, origini, situazione familiare e turbamenti). Flussi che si rincorrono durante la narrazione come onde del Mediterraneo alla ricerca di una risacca in cui sparire.


Selva oscura è anche uno scrigno di conoscenza e di citazioni (più o meno palesi) estratte dalla cultura e dalla letteratura ebraica, che permette ai lettori di provare a immedesimarsi nelle contraddizioni e nelle ferree incertezze degli ebrei contemporanei. Uomini e donne che si confrontano con i dogmi di una cultura che li costringe a resistere, sempre e comunque, a prescindere dai loro desideri. Questo li fa sentire sempre un po’ a “parte” rispetto a “tutti gli altri” di cui invidiano e cercano l’apparente attitudine alla felicità, come direbbe Kafka: «Quando sono in mezzo a loro non sono felice, ma sulla soglia della felicità». Eppure questa tensione continua a ciò che potrebbe essere (e forse non sarà mai) non erode di un solo granello la speranza che si riverbera inalterata dai personaggi di Kafka a quelli della Krauss: «il mero raggiungimento della soglia richiede una predisposizione alla speranza e a un intenso desiderio. La porta esiste. C’è un modo per salire o per passare al di là».


Selva oscura è un romanzo che pretende attenzione e messa in discussione di se stessi, ma ripagherà il lettore con guizzi narrativi inattesi di grande bellezza, con cui la Krauss aprirà finestre temporanee su altre versioni dei suoi personaggi, legittimate a chiedere uno spazio tutto per loro, uno spazio che non esiste e che pure apparirà necessario per rivelare le infinite vite alternative che nascondiamo in noi stessi e che potremmo un giorno liberare con un volo inaudito di farfalle arancioni in una notte di luna piena.
L’invito allora, mentre leggerete Selva oscura, è di lasciarvi liberare, anche se questo porterà con sé un profondo senso di dolore e di malinconia cui non eravate preparati (quando lo si è?). Lasciate che questa emozione si depositi, «continua, lieve e ininterrotta, come se dentro di voi scendesse la neve».

Link a Sul Romanzo

domenica 29 aprile 2018

Molly’s Game, il volto ‘buono’ di Gekko secondo Aaron Sorkin

“Il mondo è cambiato la scorsa notte in un modo da cui non sono capace di proteggerci. È una sensazione terribile per un padre. Non voglio addolcire la situazione: è davvero orribile”. 


È l’inizio di una lettera che Aaron Sorkin, sceneggiatore fra i più apprezzati di Hollywood, scrive alle ‘Sorkin Girls’, le sue figlie, l’indomani della vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali nel novembre del 2016. La lettera fu pubblicata integralmente su Vanity Fair e suscitò molto scalpore per i toni tutt’altro che morbidi che Sorkin usò per descrivere il neo presidente degli Stati Uniti: “thoroughly incompetent pig with dangerous ideas, a serious psychiatric disorder, no knowledge of the world and no curiosity to learn has”.


Sono passati 18 mesi da quell’inizio di novembre che segnò uno dei cambi di inquilino più sofferti nella storia della Casa Bianca, per la divisione feroce e apparentemente incolmabile fra chi ha esultato e chi è rimasto incredulo davanti a questa ‘impossibile’ vittoria, ed ecco arrivare sul grande schermo (Molly’s Game) che vede Sorkin non solo nel ruolo di sceneggiatore ma anche di regista. Le aspettative per l’autore di testi che hanno dato vita a film come A few good man, The american president e The social network era molto alta, ma nessuno si sarebbe aspettato la storia di una donna (la Molly del titolo) che gestisce una bisca clandestina multimilionaria e sembra incarnare proprio i valori che il machismo made in Trump ha rappresentato per molti dei suoi elettori. Il potere sugli altri come afrodisiaco del proprio egocentrismo, la sensazione di contare qualcosa solo se si è al centro della scena, l’incapacità di accettare e tantomeno imparare da una sconfitta, la divisione del mondo in chi conta e chi non vale nulla sulla base dei soldi che possiede e della gente che frequenta, l’incapacità di immedesimarsi in chi ha un punto di vista alternativo al proprio. L’intuizione di Sorkin è quella di fare di questa donna, che si circonda di figure femminili che vengono utilizzate come oggetti per intrattenere i giocatori di poker (tutti uomini, bianchi e ricolmi di soldi, spesso dalla dubbia provenienza), in una paladina della giustizia e dell’integrità. 


Lo fa riscrivendo per lo schermo il romanzo autobiografico di Molly Bloom (personaggio pubblico realmente esistito) che, dopo aver provato a diventare una campionessa di sci in una famiglia in cui tutti avevano l’obbligo di essere quantomeno geniali, scopre per caso il mondo del poker, diventando quella che i media avrebbero definito 'The Poker Princess'. La donna che, gestendo bische d’élite su entrambe le coste degli States, è riuscita, in pochi anni, a creare un patrimonio di svariati milioni di dollari. Lei è più furba degli altri, è più veloce degli altri, e soprattutto desidera emergere più di chiunque altro e questo ne fa un’erede in chiave contemporanea di quel Gekko pensiero che Oliver Stone ha tratteggiato così bene nei film Wall Street e Wall Street, il denaro non dorme mai. La novità è che in questo caso la Bloom-Gekko è il ‘buono’ se paragonata alla cerchia di pokeristi con cui si intrattiene. Partendo da questa apparente forzatura, Sorkin fa entrare gli spettatori così a fondo nel Bloom-pensiero da non poter più fare a meno del suo flusso serrato di certezze (“Sapete cosa vi fa sentire bene mentre perdete? Vincere”. Oppure: “Un milione di dollari non è cool, sapete cos’è cool? Un miliardo di dollari”), rimandone affascinati e dipendenti.



Retto da un dialogo serrato e trascinante (che prevale di gran lunga su qualsiasi altra dote del Sorkin regista) e da un cast di attori (fra tutti Jessica Chastain e Idris Elba) in stato di grazia, il film miscela atmosfere alla Soderbergh (Ocean’s Eleven) a dialoghi taglienti che fanno tornare alla mente Lady Eva di Preston Sturges, rivendendo nella Chastain l’imperturbabilità di Barbara Stanwick.

domenica 22 aprile 2018

Se Jo Nesbø prova a riempire i ‘buchi’ di William Shakespeare

Vi abbiamo già parlato in passato dell’affascinante azzardo della  Hogarth Press 2.0: chiedere a autori contemporanei di riscrivere testi Shakespeariani. L’idea nasce nel 2012, quando il marchio della ‘nuova’ Hogarth (di proprietà del gigante editoriale Penguin – Random House) viene presentato a Londra come discendente dell’Hogarth Press fondata da Leonard e Virginia Woolf. La piccola casa editrice fondata nel 1917 che è riuscita in pochi anni a diventare il punto di riferimento di scrittori, saggisti e artisti della prima metà del Novecento, a cominciare dai membri del circolo culturale di Bloomsbury (oltre a Virginia Woolf, autori e artisti come E. M. ForsterLytton StracheyDuncan GrantDora Carrington e Vanessa Bell).


A distanza di 18 mesi dall’uscita della versione di Howard Jacobson de Il mercante di Venezia, viene pubblicata la riscrittura del Macbeth da parte del mago del thriller scandinavo Jo Nesbø. L’attesa era grande e le 446 pagine dell’edizione della Hogarth non sembrano tradire le aspettative. Nesbø sposta l’azione dalla Scozia dell’XI secolo a quella degli anni ’70 del XX secolo, scegliendo come setting per il ‘suo’ Macbeth una città (the Capitol) preda dell’alcolismo, del gioco d’azzardo e del traffico di droga, molto simile (anche se mai direttamente citata) alla Glasgow di quegli stessi anni. Un luogo che lo stesso Nesbø descrive costantemente coperto da una cappa di fuliggine e veleno: «the soot and the poison that lay like a costant lid of mist over the town», nel rispetto della più classica tradizione macbethiana. Nella storia ideata dallo scrittore scandinavo, Macbeth è un poliziotto di una squadra swat, Duncan è il capo della polizia e Malcom è il suo vice. La polizia è in guerra permanente con Ecate, non la regina delle streghe creata dal bardo, ma un oscuro signore della droga. Saranno proprio tre ‘scagnozze’ di Ecate a giocare il ruolo che fu delle streghe, tentando Macebth affinché prenda il posto di Duncan, lasciando alla loro ‘organizzazione’ campo libero per lo spaccio di una nuova droga: the brew (l’infuso). Non manca la Lady Macbeth di turno, nel romanzo di Nesbø semplicemente ‘Lady’, che fornisce al protagonista il piano per uccidere Duncan. L’effetto complessivo è affascinante, soprattutto per gli amanti del genere di cui Nesbø è maestro, e ci fa ricordare ancora una volta come in Shakespeare si possa trovare anche il progenitore del genere poliziesco


In un articolo del New York Times, James Shapiro, storico professore della Columbia University e uno dei massimi esperti viventi della poetica del bardo, ci ricorda che la prossimità di Shakespeare e in particolare del Macbeth al poliziesco è fatto noto. Già nel 1937 James Thurber pubblicò sul New Yorker un racconto dal titolo The Macbeth Murder Mystery (Il mistero dell’assassinio di Macbeth): la storia di un’appassionata lettrice di Agatha Cristie che compra una copia del Macbeth pensando sia un giallo e anche quando si rende conto che ha per le mani una ‘vetusta’ tragedia shakespeariana, non riesce a smettere di leggerla pur di sapere chi è il vero mandante dell’assassinio di Duncan. E se Shakespeare è stato insolitamente avaro su questo tema (possiamo dire con certezza chi ha fatto nascere nella mente di Macbeth l’idea di uccidere il suo re?), Nesbø sembra voler riempire tutti i buchi, almeno nella sua rivisitazione, e per farlo non esita a dilatare la storia, ordendo una trama così articolata da diventare un puzzle con cui i suoi ammiratori (al pari della lettrice della Cristie) non si sottrarranno, pur di conoscere tutti i retroscena che Shakespeare aveva deciso di omettere.


Ciò che resta, alla fine di questa spedizione made in Nesbø nelle viscere del bardo, è la sensazione, la stessa profonda e pervasiva che guida la versione originale della storia, che alla base di tutta la vicenda ci sia qualcosa di disperatamente malvagio che continua a pulsare in attesa del prossimo cuore dubbioso da occupare. 

domenica 15 aprile 2018

E se il prossimo governo lo facessimo scegliere a Shakespeare?


Tutto è iniziato con una tempesta e non poteva essere altrimenti. La pioggia stava cercando di perforare l’asfalto di Milano da giorni, tentando di fiaccare la voglia di fare dei suoi abitanti che scorre nelle viscere della città a ciclo continuo, autoalimentandosi, come fanno i canali dei navigli interrati all’inizio del Novecento. Impresa donchisciottesca: nessuno può fermare Milano, neanche la pioggia. Tuttalpiù può creare un setting perfetto per l’inizio di un testo shakespeariano, con tanto di vento a confondere suoni e contorni delle persone e delle cose, costringendo i passanti a staccarsi dai loro smartphone per mettersi ad ascoltare se stessi: talento chiave di tutti i personaggi del bardo. 


Se poi il vento ci spingesse in una libreria dove, proprio in quella stessa sera, si tiene uno degli incontri di un club shakespeariano, nulla potrebbe salvarci da uno scavo in profondità nelle nostre paure. Ma la sorpresa, Shakespeare insegna, è sempre in agguato ed entrando nella libreria tempo ritrovato scopriamo che lo scavo è sì già in atto, ma in luoghi che avremmo pensato impermeabili a qualsiasi emozione, sconforto o senso di colpa: le anime dei politici

A cominciare da un libricino esile nella forma, ma sfrontatamente ambizioso nei contenuti, scritto qualche anno fa da Marco Follini (Io voto Shakespeare edito da Marsilio nel 2012) in cui l’ex politico democristiano, poi diventato ex piediessino, affronta con abilità da appassionato conoscitore del bardo la dicotomia fra l’idea di politica di Macchiavelli e quella di Shakespeare. Il primo approccio, scelta obbligata della nostra classe politica (a giudicare dalle loro parole, azioni e scelte), è guidato da un realismo assoluto e senza scrupoli in cui nulla di ciò che può essere fatto per realizzare il proprio scopo (o per nominare un questore in più alla Camera) va ignorato, pena il prevalere del nostro avversario. Il secondo mette in campo astuzie ed efferatezze altrettanto (o ancor più) feroci, ma nel bel mezzo dell’azione, fa nascere, nella mente del suo primo attore, il dubbio, forse una reminiscenza di coscienza, persino (e tremo a digitare questa parola in tal consesso) una ‘morale’. Questo perché le persone (e quindi anche i politici) sono valigie con doppi e tripli fondi di emozioni e non si sa mai quante ne possano contenere prima di scoppiare. 



Follini si schiera dalla parte del bardo e chi non vorrebbe seguire il suo esempio? Shakespeare ha fatto della politica (non solo quella che lui definisce ‘policy’, intesa come modo di fare e soprattutto di tessere intrighi, ma anche ‘politic’, usato come sinonimo di equilibrio e di incorruttibilità) la base delle sue opere: dall’arte del governo e dell’oratoria dell’Enrico V, all’astuzia delle pause dell’Enrico IV, fino all’’indecisione apparente dell’Amleto, arrivando al tarlo della colpa del Macbeth. Ed è proprio da Macbeth che parte Enrico Reggiani, moderatore arguto dello Shakespeare club, per farci scoprire quanto sia ancora vivo il pensiero del bardo nella politica. Sì, persino nella vituperata e anestetizzata politica italiana, in cui twitter e piattaforme dai richiami a filosofi settecenteschi declinano il balletto di fake news cui siamo sottoposti quotidianamente, possiamo trovarci a contemplare un novello Macbeth-rottamatore dai natali toscani che vede avverarsi profezie funeste che le streghe disseminate nel suo stesso partito hanno tessuto per lui per anni. Ad accompagnarci in questo viaggio è l’articolo di Stefano Folli su Repubblica che rievoca Macbeth (il dannato per eccellenza) pur di mandare al potere politico, come sapeva fare così bene proprio Shakespeare, l’ennesimo avvertimento. E poco importa se tale memento risulterà di parte o non ascoltato, l’importante è che continui a rinnovare l’esercizio di mettere e mettersi in discussione, tanto caro allo scrittore di Stratford.     

domenica 8 aprile 2018

La mente di un giovane uomo secondo Carlo Carabba


La neve. Questo a prima vista, pardon lettura, può sembrare il protagonista del primo romanzo di Carlo Carabba Come un giovane uomo (edito da Marsilio). La neve dei primi ricordi dell’io narrante, legata a una storica imbiancata dei sette colli negli anni ’80 e quella che si ripete venti anni dopo, quando il protagonista di questo romanzo (a metà fra il mémoire autobiografico e il flusso di coscienza) si deve confrontare con la morte improvvisa di un’amica. Ma la neve è solo uno specchio che riflette il mondo, è la finestra da cui si affaccia Mrs. Dalloway per cercare se stessa, la nebbia attraverso cui deve farsi strada Ulisse per ritrovare la sua idea di Itaca. È il secondino che con il suo manto spesso e ovattato ostenta silenzio dove si cela ribollir di emozioni, costringendo l’io narrante (e con esso il lettore) a scavare nella propria mente alla ricerca di un senso al proprio viaggio. Ed è a poche badilate dall’inizio degli scavi, che scopriamo che la neve ha, fin dalle prime pagine, ceduto il passo e il timone della storia ai flussi di coscienza del protagonista che si trovano così nel triplo ruolo di autori, narratori e personaggi di questa storia, che azzera trama e ritmo in favore di geyser linguistici in continua lotta fra di loro.


Il lettore, scopertosi su un’arca senza timone o forse con troppi timoni (il risultato è il medesimo), è preda dell’inciso ossessivo e del periodare costruito su infiniti anelli di subordinate (quello che si potrebbe definire uno tsunami ipotattico per gli amanti dei rapporti sintattici). E se da un lato questo flusso nasce dalla volontà apprezzabile di proporre un modus scrivendi che si distacchi dalla tradizione narrativa anglosassone a cui la gran parte degli autori contemporanei italiani fa riferimento, dall’altro converge su una versione proustiana del linguaggio che potrebbe rendere arduo il compito del lettore, a meno di dimostrasi un amante devoto del flusso di coscienza usato come strumento di ricerca nell’io (e in questo caso infatuarsene).



La scelta di costruire questo complesso castello di trame e snodi temporali paralleli, che richiama alla mente anche un recente filone cinematografico (un esempio per tutti il film Inception di Christopher Edward Nolan del 2010, in cui il protagonista Dominic Cobb estrae segreti dalle menti delle persone mentre queste dormono, infiltrandosi nei loro sogni. Film cui c’è nel romanzo un riferimento diretto) potrebbe mettere in difficoltà anche il lettore più smaliziato, soprattutto nella parte centrale del romanzo, dove la discontinuità dei flussi narrativi sembra dominare la scena. Sarebbe un peccato, perché alcune idee ed intuizioni sono sicuramente interessanti e possono attivare un percorso di riflessione del lettore condiviso con il protagonista/narratore. Penso, ad esempio, alla sensazione di scoramento che prende ogni essere umano quando raggiunge, dopo anni di soprusi e duro lavoro, ciò che ha sempre agognato e si rende conto che, da quel momento, la sua vita è priva di senso. Carabba riesce a descrive in poco più di una pagina e in maniera assai efficace questo salto nel vuoto servendosi di Wile E. Coyote, il personaggio della Warner Bros che insegue per anni il suo road runner (per gli italiani beep-beep). Allo stesso modo sono efficaci alcuni incisi di mondo esterno che l’autore usa come gancio per preservare l’io narrante e il lettore dalla furia di subordinate che dominano la scena: «L’arrivo dell’auto di Davide, che comparve all’altro lato dell’incrocio dove lo stavo aspettando, fu la fune che seppe trarre i miei pensieri fuori dalle sabbie mobili in cui lentamente affondavo».